Le interviste

A tu per tu con la sarta che crede nel destino…

Abbiamo fatto qualche domanda a Marzia, protagonista della settimana di donneinstoffa con il suo “Marzia Petit Atelier”. Curiosi di sapere cosa ci ha raccontato? Buona lettura!

Chi sei? Qualche parola per descriverti.

Mi chiamo Marzia, ho 26 anni e vivo con il mio fidanzato e un gatto di nome Renè, vicino a Torino, tra le dolci colline piemontesi.

Sono indissolubilmente legata alle atmosfere del passato, non per niente da quattro anni ormai, ballo Charleston e Lindy Hop, sul ritmo travolgente della musica swing che infuocava le piste negli anni Trenta e Quaranta. Non a caso i miei capi sono insaporiti di un pizzico di vintage, quel tanto che basta per sentirsi immersi in quel mondo meraviglioso, e al tempo stesso, pratici e disinvolti, nel moderno 2020.

Amo l’arte, in tutte le sue espressioni. E all’arte ho dedicato tutta la mia vita e la mia formazione.

Come è nata la passione per l’handmade? Quando e in che modo è diventata una vera e propria attività imprenditoriale?

Mi sono diplomata in grafica e poi laureata in scenografia, in Accademia di Belle Arti. Da sempre ho messo in gioco la mia manualità, seppur espressa in moltissimi modi diversi.

Poi all’università ho incontrato un corso di Costume per lo Spettacolo..ed è cambiato tutto. Seguire quel percorso significava spostarsi, presumibilmente a Milano o a Roma ed io non volevo ancora gravare economicamente sulla mia famiglia. Allora ho preso la mia laurea triennale e di corsa mi sono iscritta a una scuola di modello e confezione.

Ho capito di aver fatto la scelta giusta, non avrei più saputo rinunciare all’emozione impagabile di trasformare con le mie stesse mani uno scampolo di tessuto, nell’abito che sognavo per me.

Imparare a cucire mi ha reso più sicura. Proprio io, che sono sempre stata molto severa rispetto al mio corpo e ai miei difetti, con il mio metro e cinquantacinque di altezza, quando indossavo qualcosa che io stessa avevo cucito, mi sentivo perfettamente a mio agio. Ho imparato che non esistono corpi sbagliati, ma solo vestiti fatti male. Vestiti che non rispettano la bellezza della diversità dei nostri corpi. Di questo concetto ho fatto il mio mantra, ed eccomi qui.

Il passaggio non è stato così immediato, ma per una serie di circostanze più o meno fortunate mi sono trovata a dedicarmi totalmente alla mia attività e non potrei essere più felice di così.

Se dovessi guardare indietro, qual è stato il momento più duro?

Qualche mese fa mi sono sentita estremamente vulnerabile e insicura.

A fine anno mi sono licenziata da un posto di lavoro che nulla aveva a che fare con le mie ambizioni, per cominciare, carica di aspettative per il futuro e progetti, un nuovo impiego in un atelier.

Questo si è rivelato poi essere una fregatura, per cui mi sono ritrovata dalla mattina alla sera senza un’entrata, in una casa in affitto appena arredata e sistemata.

Grazie al sostegno delle persone più care però, quel momento di sconforto, si è trasformato all’improvviso nell’occasione di credere finalmente in me stessa e nel mio progetto.

Ho preso in mano la situazione, allestito il mio laboratorio e ho deciso di fare delle mie capacità, il mio mestiere.

Come scegli tessuti e materie prime per le tue creazioni?

Ho le idee molto chiare rispetto a quello che mi piace o non mi piace affatto.

Tutto ciò che acquisto rispecchia completamente il mio gusto e la mia personalità, infatti, scelgo sempre colori e fantasie che mi piacerebbe trovare nel mio guardaroba personale. Prediligo le fibre naturali e quasi tutte le settimane vado a caccia di tessuti. Mi piace perdermi tra gli scampoli alla ricerca di quel pezzo specialissimo che renderà unico il capo con cui lo confezionerò!

Quanto pensi sia importante instaurare un rapporto con chi ti segue e compra i tuoi prodotti?

Marzia Petit Atelier è una realtà praticamente neonata, ne va da sè, che la grande parte delle mie clienti siano amiche, conoscenti, amiche di amiche.

E’ quindi naturale per me intrattenere con loro un rapporto che va aldilà di uno scambio di messaggi. Quando posso, ci tengo a consegnare a mano i loro pacchetti per poterle vedere, salutare o conoscere, in alcuni casi.

In un futuro in cui spero di aprire uno shop online e arrivare a una clientela più ampia mi piace pensare di poter comunque dedicare molta attenzione alle domande di ogni singola cliente, per essere certa che ognuna di loro, possa sentire le proprie richieste accolte e capite al cento per cento.

Che consiglio daresti alle donne che hanno la tua stessa passione?

Il consiglio che ho dato e continuo a dare a me stessa: avere l’umiltà di non sentirsi mai arrivate e continuare ad imparare ancora e ancora. Credo fermamente che una buona formazione sia uno degli ingredienti più importanti nella ricerca del successo!

Collabori con altre donne che hanno un’attività simile alla tua? Quanto pensi sia importante una rete di donne unite per valorizzare l’handmade?

Al momento, no, ma non lo escludo in un futuro. Mi piace immaginare un grande laboratorio in cui coesistono progetti diversi e in cui potersi sentire sostenuti reciprocamente.

Credo nella soliderietà femminile e la sento forte e chiara. Tutte le volte che ne ho avuto bisogno, qualche collega artigiana è arrivata in soccorso! Nessuno mi ha negato un aiuto, mai.

Questo dimostra quanto falso sia il luogo comune dell’invidia che regna sovrana tra noi donne e che soprattutto non c’è concorrenza che tenga. Ognuna di noi in quel suo piccolo regno, che chiamiamo laboratorio, coltiva una clientela conquistata nel tempo e affezionata, diversa per ogni caratteristica che ci distingue.

C’è una creazione alla quale sei particolarmente legata? Magari perché l’hai realizzata in un periodo particolare della tua vita o perché a ispirarti è stata una persona per te importante.

Ripongo un pezzettino di me in ogni capo, così tanto che quasi mi spiace separarmene.

Ma c’è un abito in particolare che custodisco gelosamente come una reliquia. Un abito con una storia che mi piace raccontare.

L’ho realizzato con un tessuto letteralmente storico, che come tanti altri, viene dalla raccolta della mia nonna Carmela, sarta anche lei, la mia maestra.

A lei lo passò sua sorella, zia Anna. Zia Anna a sua volta, lo ebbe da sua suocera, la nonna Bucci. Non so perchè tuttora tutta la nostra famiglia la chiami per cognome, ma ho scoperto insomma, che questa signora gestiva a suo tempo un negozio di tessuti.

Il cotone rigato con cui ho realizzato l’abito arriva da lì e facendo due calcoli, posso affermare con certezza che abbia ottant’anni di età (come minimo, dice mia nonna).

Era destinato alla confezione di pigiami da uomo, ma quando è arrivato nelle mie mani, la mia immaginazione ha preso il volo!

L’ho cucito per me e non me ne separerò mai, nemmeno quando non ci entrerò più.

Lo guardo e lui mi ricorda che quello che ho scelto di fare, forse era già tutto scritto, da qualche parte.

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